piazza viviani_marina di pisa

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Sentire

La costruzione sociale del simbolismo urbano, quando riesce a produrre una ricca e coerente stratificazione dei significati, con- ferisce a una città quel carattere tipico e peculiare che la rende inconfondibile agli occhi non solo di chi la abita e la frequenta, ma persino del visitatore più affrettato. Un carattere che, in qual- che modo, fa si che l’incontro con la città possa essere accosta- to, con una significativa metafora, all’incontro con una persona. L’identità della città non si incarna banalmente, in singoli edifici o dettagli: come scrive Merleau-Ponty (1987, p. 325): “noi non percepiamo quasi nessun oggetto, come non vediamo gli occhi di un viso familiare, ma il suo sguardo e la sua espressione” (Mela 2007 p.193).

Questo “senso latente di identità” secondo Savage e Warde (1993) può essere espresso con il concetto di aura così come enunciato nell’opera del filosofo Walter Benjamin e da lui riferito all’opera d’arte: “l’aura sta a indicare la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova” (Benjamin, 1936).

La città ha un carattere analogo a quella del testo poetico, che si genera appunto, attraverso sintesi impreviste di parole, con- cetti ed immagini e che, a sua volta, può essere letto in modo tale da ricavarne sempre nuove interpretazioni. Tuttavia perché possa avere luogo una lettura innovativa e creativa del testo urbano, occorre che l’interprete guardi a esso con occhio libe- ro, capace di lasciarsi coivolgere nelle sue suggestioni senza essere vincolato ad esigenze esclusivamente strumentali (Mela 2007 p.198).

Colori: il giallo Napoli, bianco di zinco, il ceruleo delle primavere e delle estati, il verde giallo delle pezze d’erba, il grigio verde delle tamerici, il verde brillante dei pitosfori, il grigio blu delle persiane, il plumbeo, il fango, il ferro, il, grigio cenere, il tortora delle cornici dei villini umbertini e degli inverni; l’ avorio, l’ocra, l’avocado, grigio rosa, rosa cipria, celadon, delle facciate corro- se dal vento e dal sole, il grigio rosso, il rosso mattone chiaro.

C’è Montale, c’è Gozzano, il Pinocchio di Collodi, le marine di De Pisis, Sironi meno cittadino e più provinciale, De Chirico, Lawrence Carroll, il primo Capogrossi, alcuni interni di Felice Casorati, la tavolozza di Giorgio Morandi, Mirco Marchelli e Gui- do Ferroni.

Scultura: tutto Jannis Kounellis, Alberto Burri, Fausto Melotti, il “Fiocinatore”, il “Campione olimpionico” e tutte le ceramiche di Lucio Fontana, le sculture “Mu” di Kengiro Azuma.

Perché vi sia un paesaggio, occorre non soltanto che vi sia uno sguardo, ma una percezione cosciente, un giudizio e infine una descrizione. Il paesaggio è lo spazio descritto da un uomo ad altri uomini. (Augé 2004 p.72)

C’erano rovine dappertutto, perché le città erano state abban- donate dai ricchi, dalla politica, da una certa visione del futuro (…). Cos’è una rovina dopo tutto? E’ una costruzione umana abbandonata alla natura, e una delle caratteristiche delle rovine in città è il loro aspetto selvaggio: sono luoghi pieni di promes- se e di incognite, con tutte le loro epifanie e i loro pericoli. Le città sono costruite da uomini (e in misura minore da donne) ma decadono per natura, per terremoti e uragani, in un proces- so di disgregazione, erosione e ruggine, di attacco dei microbi al cemento, alla pietra, al legno e al mattone (…). Una città è costruita per somigliare a una mente cosciente, a una trama che può calcolare, amministrare, produrre. Le rovine diventano l’inconscio di una città, la sua memoria lo sconosciuto, il buio, la terra desolata. Con le rovine la città si libera dai suoi piani per passare verso uno stato intricato come la vita, qualcosa che può essere esplorato, ma forse non reso in una mappa. E’ la stessa trasformazione di cui si parla nelle favole quando statue e giocattoli diventano umani, può sembrare che questi vengano alla vita, mentre le città passano alla morte, ma è una morte fertile come un cadavere che nutre dei fiori. Una rovina urbana è un posto che è caduto al di fuori della vita economica della città, e in qualche modo è una casa ideale per l’arte, che si dà al di fuori della produzione ordinaria e del consumo della città.” (Solnit, 2005, pp.88-90)

Erano i giorni in cui la fabbrica aveva chiuso da un bel po’ di tempo, non avevano neache avuto l’occasione di farci qualche rave party, con tanto alcol e droga e naturalmente i soliti concer- ti per pianoforte e orchestra in Do maggiore. No. Niente di tutto questo, lo dissero e così fecero: un bel porticciolo. Anche Ga- briele se ne era andato via da un po’, era arrivato con il cavallo stanco morto per aver cavalcato per tutte le pinete della Versilia, aspettando piogge estive e se ne era andato col trammino ver- so Pisa, ma tutti se lo ricordavano ancora a Villa Peratoner che non c’è più. “Nelle stanze si ha l’illusione di stare a bordo di una nave. Dalla finestra non si vede la riva – ma il mare immenso. ”(Moncalvo 1994, lettera di Gabriele D’Annunzio ad Alessandra Di Rudinì, p.177). Ah dimenticavo! Anche il trammino se ne era andato.

La spiaggia non c’era più, se l’era era mangiata ingordo il mare e il libeccio sferzante e salmastroso non aveva fatto rimanere un albero.

 

 

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Progetto 

Piazza Viviani, un infinito sul mare, pieno incompiuto o espres- sione del vuoto?

La piazza come la conosce l’occidente, è il Foro Romano, lo spazio necessariamente è chiuso. Come scriveva il Sitte: La chiusura della piazza è realizzata con vari mezzi, ma gli edifici utilizzati a questo scopo sono sempre pubblici. Le vie vi sboc- cano in numero limitato e senza che la chiusura dello spazio, sempre simile ad una sala delle feste, risulti mai alterata.(…)

Il foro sta alla città come l’atrio sta alla dimora della famiglia: è la stanza più importante, ordinata con cura e riccamente ammo- biliata. (Sitte 2007 pp. 26-28)
Durante tutto il 900’ assistiamo al dissolversi dell’isolato e con lui anche alla definizione tipica di Piazza che si era confermata dal medioevo fino all’800’.

Verrebbe da pensare che una delle prime operazioni per riqua- lificare lo spazio di Piazza Viviani sia quello di ricostruire il suo margine. Effettivamente la piazza non è stata progettata come la vediamo oggi ma doveva essere generata dalla chiusura ver- so mare della maglia urbana con un isolato che non fu mai co- struito. Essa è un incompiuto e in questa imperfezione ha trova- to la sua identità, essa è la prima delle quattro piazze di Marina di cui non solo non condivide la toponomastica isolana ma è la più selvaggia e irrisolta, Piazza Viviani è il “campo” in fondo al paese dove si fanno le giostre, il circo, la terra anarchica per i concerti, il modello a cui si rifà non è il civilissimo foro ma l’anco- ra più vitale foro boario. In realtà, ci interessa poco dare un mo- dello a questo spazio, ma troviamo importante voler preservare le sue funzioni, i suoi attuali usi. Evitiamo di compromettere lo spazio. Definiamo un’unica grande arena centrale per mezzo di una pedana che è percorso e seduta in cemento di colore bianco, finitura faccia vista ad effetto levigato con applicazione di vernici idrorepellenti e antidegrado.

L’area interna da destinare a eventi vari è in terra stabilizza- ta, esteriormente simile alla terra battuta, ma con ottime carat- teristiche di stabilità interna, portanza e resistenza agli agenti atmosferici, così da risultare uno spazio liberamente allestibile e utilizzabile senza particolari riguardi. Un ampio accesso car- rabile è lasciato all’intersezione della naturale prosecuzione di via Daiberto, onde ricercare un rapporto visivo e assiale con la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Al termine di questo asse si eleva una struttura reticolare alta 10 mt alloggiante due specchi paralleli a 45° a formare un elemento periscopio che consente di raggiungere con lo sguardo l’orizzonte marino oltre le costru- zioni del bagno Gorgona. L’arena centrale lascia un residuo che è trattato con asfalto architettonico predosato per pavimentazio- ni continue con un’altissima capacità drenante, pigmentazione colorata tipo RAL3017. Prevediamo la completa demolizione dell’edificio della Guardia Costiera, della cabina di trasforma- zione Enel e la ricostruzione del bar. Quest’ultimo dovrà avere una forte connotazione identitaria, integrandolo con una struttu- ra belvedere costituita da profili metallici che si sviluppa su quattro livelli fino ad un’altezza di 22.5 mt.

Il bar su due livelli con doppio volume interno ha una superficie di 100 mq. Il belvedere è accessibile dal collegamento verticale interno al bar, o dalla passerella sospesa al livello del terzo pia- no dell’ascensore panoramico. Sia l’ascensore che il bar sono rivestiti con pannelli a specchio. La scalinata raggiunge l’altez- za di 8 mt, essa è orientata verso l’arena e funge da tribuna. L ’ascensore panoramico sale tre livelli con l’ultimo sbarco a 12 mt. L’aspetto complessivo di questa stazione missilistica che po- trebbe essere alta un chilometro ma che non lo è, è quello del monumento che come indica l’etimologia latina del termine, vuole essere l’espressione tangibile della permanenza o, per lo meno della durata, ma la struttura leggera, modulare, quasi temporanea e il riflettersi del paesaggio nelle superfici suggeri- scono il paradosso dell’ immaterialità dell’intervento.

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La sistemazione del verde prevede grandi aiuole di forma ame- boide, leggermente rialzate. Il vento forte di libeccio e l’aerosol marino creano delle condizioni ambientali limite che non per- metterebbero la sistemazione di alberi ad alto fusto (per esem- pio pini) che entrerebbero necessariamente in sofferenza o non si svilupperebbero. Non ci deve interessare la trasformazione di Marina di Pisa in un ameno quanto truffaldino giardino di pe- tunie e pansè, i parterre erbosi qualora non siano seminati con specie resistenti quali per esempio il Paspalum Vaginatum non sono una scelta sostenibile, in ogni caso oltre a non rappresen- tare particolari valenze estetiche sono una grande dispersione di energie per la manutenzione e grandi quantità di acqua per le annaffiature costanti del periodo estivo. Il viale a mare di Ma- rina è bellissimo così come è e rappresenta un’estetica unica, non vogliamo raggiungere un’altra estetica rassicurante e facile che massifichi il paesaggio urbano, non vogliamo imbarcarci in un impossibile quanto dispendiosa lotta contro le straordinarie peculiarità del clima. Evitiamo le palmette striminzite di sgualciti sogni esotici, le coste azzurre al sugo di pomodoro, ci piace la realtà e la bellezza dell’imperfezione.

Le scelte compositive del verde sono di due tipi: tamerici, agavi e stipa tenuifolia e rosmarino, agavi e santolina. Queste piante resistenti alla salinità e alla siccità richiederebbero un impianto d’irrigazione almeno per i primi due anni (come consueto) ma dopo rappresenterebbero una scelta sostenibile e a bassa ma- nutenzione. Le agavi americane che spesso vediamo solitarie e tristi nel centro di improbabili aiuole si troverebbero invece riuni- te in importanti gruppi di impatto paesaggistico. Riusciamo a im- maginare il vento che muove il color paglia della stipa tenuifolia, il bianco delicato della santolina fiorita e il gusto selvaggio delle nuvole di tamerici. Queste scelte potrebbero essere ripetute in via Maiorca e via Barbolani, soprattutto per quel che riguarda il rosmarino, tenuto in siepi compatte. La pavimentazione dei marciapiedi potrebbe essere anch’essa in asfalto architettonico onde raggiungere le tonalità coloristiche più adatte. La scelta di questo tipo di verde comporta il dover ricorrere a mezzi ombreg- gianti che non siano alberi. Intorno alla piazza sono installati tralicci tipo “americana” per il sostegno dell’impianto di illumina- zione e di velari ombreggianti. L’illuminazione è affidata, oltre a questi fari a led posti lungo il perimetro dell’arena, orientati ver- so l’interno di essa, a punti luce lungo i solai della struttura belvedere che ne ridisegnano le forme.

La presenza di pannelli fotovoltaici sulla copertura del belve- dere, dell’ascensore panoramico e del bar, permette una totale autosufficienza delle necessità della Piazza.

Piazza Viviani diventa in definitiva un ripensamento su tutto il paesaggio, cambiando la percezione di esso, offrendo una nuova prospettiva dai monti alle pinete, verso Livorno e le Apua- ne. Marina di Pisa non più come colonia ombelicale della città ma come sintesi di un territorio che si attraversa fino alla foce per poi essere riassunto in un’aspirazione verticale che ci rende meno turisti della domenica e un po’ più poeti.

Le cose regrediscono verso il nulla, o si evolvono da questo, il nulla non è uno spazio vuoto ma è gravido di possibilità. (Koren, 2009)

 

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[PROGETTO 4° CLASSIFICATO_in collaboration with Arch. Michele Boldi, Ing. Daniele Gemignani, Graphic Design Luca Canaletti]